Natale 024
Restituzione / Il megafono / piccola storia spoiler su chi porta i regali / diventare grandi / LA VERITA' / di nuovo il megafono / Buon Natale
IL MOMENTO
Allora,
è da agosto che questa newsletter è rimasta impantanata e ferma.
E’ da agosto che si deve restituire:
Restituzione di un workshop che abbiamo fatto in un comune di 90 anime in montagna e di tutte le persone che abbiamo conosciuto e i mille mila racconti e gli sforzi e i risultati.
Restituzione di un numero spropositato di ricerche atte alla creazione di altrettanti concetti e racconti per mostre, mostricciattole e exhibit pazzi.
Restituzione di una geografia spaesata di viaggi, balere e luoghi sparsi in un elenco infinito di racconti che sarebbe parso una novella di Buzzati.
E invece questi ultimi mesi non sono stati restituiti a nessuno. Me li sono tenuta stretti, così egoisticamente stretti. Che poi non è vero. Li ho restituiti nelle parole orali e non scritte. Ed è successa quella cosa dello scambio, che tu racconti una roba e gli altri te ne raccontano un’altra e si barattano le esperienze, però allo stesso tempo non è che le perdi come in un baratto vero.
E Allora, questa newsletter di Natale è diversa da tutte le altre, perchè non parlo di cose, o di fatti o di storie o di tangibilità. E’ un benedettissimo flusso di Natale, da leggere tra gli antipasti e il caffè, o che ne so io come va il vostro Natale, il mio dura di solito un’ora.
Il Natale è li incastrato tra il giorno più corto dell’anno solare che sarebbe anche l’inizio dell’inverno (il solstizio, il 21 dicembre, quella roba li) e la fine dell’anno del calendario. E già questo fa del Natale, un’assurdità, una zona franca in mezzo a un inizio e una fine. Una sorta di pausa, dove il tempo rallenta e si estende. Dove tutto è amplificato, marcato ed esuberante. Da tutti i lati.
E’ come se ti dessero un megafono che si può puntare su qualsiasi cosa, senza preoccuparsi della sua forma, origine o consistenza.
E Allora:
lo puoi puntare sul cibo ed ecco che l’insalata russa diventa un Trompe-l'œil e il pranzo “ la grande abbuffata”, lo punti sui sentimenti e allora è tutto un rincorrersi di struggenti amori, solitudini, vuoti, pieni, felicità, mancanze, affetti impossibili, rimbombi di melanconie. Lo sistemi a caso, sopra un mobile, in una stanza, e tutto diventa più saturo, più consistente, più colorato, più solido. Se lo metti fuori allora ne risente il cielo, che se è blu diventa tagliente e gaio come un lago di montagna, se è grigio diventa cupo e ombroso come la fabbrica di Bianciardi, se è bianco si cancella quasi e ti ci perdi dentro, e se tua madre o tuo padre fanno un sorriso diventa IL sorriso, e se un amico ti scrive che ti vuole bene, allora diventa IL ti voglio bene e se qualcuno non c’è più, allora l’eco è insopportabile.
E Allora se ti piace rischiare sto megafono lo puoi puntare su te stess*.
Io l’ho faccio sempre, ogni Natale, piglio sto megafono e lo punto su me stessa. Lo faccio anche il giorno del mio compleanno. Non perchè io voglia accendere una competizione tra compleanni di persone importanti (…) ma credo semplicemente per una totale disfunzione dell’autoconservazione emotiva.
In qualche modo credo anche che centri il fatto che per me il Natale non è mai stato un giorno con una sua importanza strategica nel calendario. Neppure da bambina.
Per esempio io non ho mai creduto in Babbo Natale aka Gesù Bambino e in tutta la storia che nella notte mi avrebbe portato i doni e tutta la magia, e il latte per le renne, e stare svegli per vedere se lo si beccava in flagrante e i regali nascosti che poi si trovavano e allora non si capiva bene cosa fosse successo, che s’era sbagliato.
Non ci ho creduto mai, perchè mia madre (che ci legge, quindi ciao mamma, non ti preoccupare, questa cosa non ha creato alcun trauma) mi ha subito detto, tipo a 3 anni, che i regali me li facevano loro (i miei genitori) e che lei non voleva raccontarmi sta bugia, perchè lei stessa ci era rimasta malissimo quando lo aveva scoperto e che si ricordava del profondo senso di ingiustizia proletaria, che a lei da piccola, Gesù Bambino le portava solo cose utili tipo i vestiti e i quaderni per la scuola e invece ai suoi amici, portava i giochi e lei non capiva il perchè di sta differenza, che stava brava tutto l’anno e che i bambini non erano tutti forse uguali? E mia nonna si era inventata una storia assurda terribile. Quindi no. Per me Natale verità.
E ok. Bellissimo. Cioè a me sul serio non importava. Insomma non avendoci mai creduto non ne ho sentito la mancanza (e questa è una gran frase da applicare un po’ a tutto nella vita) e poi alla fine a me importava dei regali ecco, anche se so che tutto sto mistero e sta roba che un essere x partiva da un punto y del cielo, dello spazio o della groenlandia e in una notte si faceva tutto sto sbatti magico, doveva essere comunque una cosa piuttosto meravigliosa a cui pensare.
Però sul serio non mi importava.
Forse ho patito di più il peso della verità, il fatto che io sapessi e tutti gli altri bambini e le altre bambine no, e io mica potevo dirglielo, mica potevo infrangergli sto sogno, anche perchè mia madre si era fortemente raccomandata di non farlo. E quindi niente mi ricordo che ogni anno, a seconda del tipo di educazione famigliare scelto, a qualcuno dei miei compagni di scuola veniva detta LA VERITA’.
E questa congrega, questa setta della verità diventava ogni anno più grande e a un certo punto mi ricordo che in Quinta Elementare, c’era solo più una bambina che non sapeva la verità (spoiler: quella bambina è poi diventata la mia migliore amica fino all’università) e mi ricordo che noi tutt* la guardavamo con gli occhi pieni di tristezza perchè sapevamo che era per forza l’ultimo anno di sto sogno, che mica poteva portarselo alle Medie e c’era questa cosa, incredibile se ci penso adesso, che nessuno, nessuno mai gli ha infranto il sogno. Nessuno. Era come se proteggessimo in qualche modo la nostra infanzia, come se vedessimo in lei una sorta di simulacro di una cosa che sapevamo stesse per finire.
E io me lo ricordo quel giorno li. Quando glielo hanno detto. Perchè era primavera. Avevano scelto di dirglielo in un momento temporale lontano dal Natale. E mi ricordo che lei era arrivata a scuola con le occhiaie e gli occhi lucidi e qualcuno gli aveva chiesto se stesse bene e lei aveva risposto di no, che adesso sapeva la verità e che allora a tutt* ci era sembrato di diventare grandi tutto d’un colpo.
E forse quando si è grandi, il Natale è questa roba qui.
Tutta di un colpo.
E’ avere sto megafono e scoprire delle cose più grandi di quelle che sono il resto dell’anno. Però c’è una cosa da dire: che il megafono te lo danno in mano a te e può andare molto bene o molto male ma sei tu e puoi semplicemente cambiare direzione, puntarlo su una cosa più bella, che hai o che sei o che non hai ancora capito niente ma ti pare che possa funzionare, e vederla così grande da capirne finalmente l’importanza.
Osare l’impossibile.
Buon Natale e buon megafono.
MONO.STUDIO / IG monographicstudio
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